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“La scuola tra disegni di legge e realtà”

Pubblicato il: 14/04/2015 23:56:56 -


Il punto di vista di Beppe Bagni, candidato per il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, sui recenti provvedimenti che vorrebbe adottare il governo.
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Che cosa sappiamo della nostra scuola? Molto, ma non ne teniamo alcun conto. Dagli anni Settanta abbiamo rilevazioni internazionali che ci danno certezza del fatto che il rendimento scolastico degli studenti e? legato al contesto territoriale. Che il destino nella scuola “superiore” è legato non solo al merito dei singoli ma anche all’indirizzo scelto, e che questa scelta è ancora fortemente connotata socialmente.
Sappiamo che le differenze di “bravura” tra gli studenti sono basse all’interno della stessa scuola e molto alte fra le varie scuole, come dire che il “merito” nella scuola italiana non dipende dal singolo ma dalla sede scolastica dove lui finisce, il cui livello socio-economico (il suo habitat) ha piu? peso sugli esiti che non quello della famiglia.

Scelte che aggravano i problemi
Purtroppo nel disegno di legge in discussione in questi giorni ci sono scelte che peggioreranno la situazione. Il 5 per mille che verrà destinato alle scuole sarà molto diverso in valore assoluto in Lombardia, per esempio, rispetto a quello della Calabria o della Sicilia, e visto che andrà a singole scuole, aumenterà le differenze anche tra le scuole della stessa regione. Lo stesso effetto sulle diseguaglianze sarà prodotto dallo school bonus.
Anche se il governo interverrà in senso perequativo resterà il messaggio per l’opinione pubblica di scuole-zavorra, che sono un costo per lo Stato, accanto ad altre di qualità, che si autofinanziano. In questa maniera non si dà conto alcuno dell’influenza dei diversi contesti in ogni scuola è chiamata ad agire.
Se si vuole intervenire sulla dispersione in maniera efficace bisogna mandare i docenti e i dirigenti migliori nelle scuole più difficili: un movimento in tale direzione non sarà mai spontaneo, può solo essere sostenuto dal governo centrale. Invece si pensa ad un albo regionale con chiamata diretta del dirigente che va in direzione quasi opposta: le scuole già migliori si accaparreranno i docenti migliori.

Metafore di senso comune
Si è preferito proporre un’idea di scuola che fosse comprensibile per tutti, operazione tutto sommato facile perché la nostra scuola si trova nella condizione paradossale di avere contorni incerti, che la espongono a regolari invasioni di slogan e metafore provenienti dall’esterno, e allo stesso tempo non permeabili: tutto ciò che fa la scuola è estremamente “scolastico”. Il contrario di ciò che servirebbe, cioè confini più precisi ma molto permeabili con l’esterno, per farsi conoscere a partire dalla sua complessità. I
l Disegno di Legge propone invece una nuova ampia gamma di metafore che hanno il senso di semplificare quella complessità ad uso e consumo del senso comune. Operazione che può essere vincente nella comunicazione diretta con l’opinione pubblica ma che si paga in termini di credibilità all’interno del mondo della scuola.
Ecco allora che al preside manager segue il preside sindaco e poi il preside allenatore che sceglie la “squadra” da mettere in campo. Ma contro chi gioca la sua partita? Il problema è che l’avversario non è un’altra squadra che scende in campo aperto. È l’abbandono scolastico, che non se fa squadra lo fa per impedirti di giocare. Un avversario che evita i riflettori, preferisce l’invisibilità degli ultimi banchi, delle assenze prolungate, dei silenzi ostinati.
Contro questo avversario non servono “campioni”, ma un corpo docente che sappia dare di sé un’immagine coerente e positiva. Insegnanti disposti a mescolare la propria biografia (ben più del curricolo) con quella dei loro alunni per coinvolgerli e spesso trascinarli contro la loro stessa volontà.

Manca un progetto di scuola
Ma ci vuole un progetto di scuola, non la scuola dei mille progetti; ci vogliono curricoli che sappiano misurarsi con i nuovi modi di apprendere e di vivere dei giovani. Ci vogliono sperimentazione e ricerca che sorreggano e diano senso all’autovalutazione; ci vuole una scuola che sappia prendere il massimo dagli insegnanti migliori e nello stesso tempo far crescere tutti ponendosi al centro di un sistema nazionale di formazione degli insegnanti. Una formazione che, quando si entra a scuola, non scompaia, ma cambi aspetto per divenire una parte costitutiva della nostra professione, al pari del progettare gli interventi educativi, del fare lezione, valutare gli esiti, confrontarsi collettivamente.
Nel Disegno di Legge, di un tale progetto si perdono le tracce. Nonostante vi sia una significativa inversione di tendenza con l’investimento di risorse importanti nella scuola, l’assunzione di una fetta consistente del precariato e dichiarazioni d’intenti condivisibili sul ruolo dell’autonomia, il quadro complessivo sta dentro un paradigma diverso, in cui domina la dimensione individuale.
Questo aspetto viene messo in mostra con prepotenza nella figura plenipotenziaria del nuovo dirigente, ma anche più sottilmente nell’idea del premio individuale al “buon docente” e in quella del voucher di 500€ per l’aggiornamento personale, che ciascun insegnante potrà spendere come vuole nel libero mercato della cultura e dell’aggiornamento.

Il fascino del decidere e la fatica del deliberare
La scuola ha uno dei punti di forza nella diffusione delle responsabilità e nella collaborazione tra gli ottimi dirigenti e insegnanti che vi lavorano (ma aggiungo gli studenti, i genitori e tutto il personale della scuola), che sarà messa in serio pericolo dalla spinta al conflitto permanente prodotta dall’aver scelto la strada di dare libero spazio alle scelte personali del dirigente. Ma che ha a che vedere questa cultura della decisione individuale con quella della scuola? Perché dovrebbe essere funzionale a risolvere i problemi reali della scuola? È forse questa paventata lentezza che ha bloccato l’autonomia o piuttosto sono stati i tagli permanenti degli ultimi decenni e la mancanza di un Progetto nazionale che indicasse la direzione nella quale le scuole, in autonomia, dovevano muoversi?
Siamo evidentemente di fronte alla penetrazione entro i confini della scuola del fascino del decidere rapido del “capo” rispetto al faticoso deliberare partecipato. Paradossale, se si pensa che la scuola è forse l’unica istituzione costituzionale che sia riuscita a costruire, attraverso una storia fatta di faticose deliberazioni, una comunità di professionisti (dirigenti e insegnanti) che cooperano nel realizzare un progetto educativo pubblico. Non c’era altra strada per farcela.
Che senso ha invece la prospettiva di scegliere insegnanti in funzione del piano dell’offerta formativa dell’istituto? Come non rendersi conto che, eccetto alcuni casi (probabilmente la minoranza), il dirigente dovrà scegliere tra curricoli analoghi, fatti degli stessi titoli di studio (sempre che non si voglia mettere in discussione il loro valore legale), lasciando che sia un colloquio a giustificare la decisione?
Oppure si sceglieranno dimensioni aggiuntive, non certo decisive per affrontare i problemi reali dell’apprendimento. Inutile dare trasparenza a decisioni che saranno intrinsecamente aleatorie. Anche ammettendo che non siano impugnabili, non per questo saranno meno arbitrarie.

La vera responsabilità del dirigente
La competenza e la conseguente responsabilità dell’insegnamento e dell’apprendimento deve essere assunta dalla professionalità insegnante. É qui il nodo: la responsabilità del dirigente scolastico deve coesistere con altre responsabilità; sarebbe un disastro se gli insegnanti fossero ricacciati nel lavoro individuale, nelle aule e nell’anonimato assembleare del collegio.
I poteri del dirigente scolastico non ne escono né umiliati né diminuiti: il dirigente dirige, ma non dei “sottomessi”. Il rapporto tra dirigente e insegnante è tra due competenze e quindi tra due diverse condivisioni di responsabilità, nessuna di seconda mano all’altra.
Sarebbe un disastro se il ruolo di dirigente comprendesse l’appropriazione delle competenze riferite alla funzione dell’insegnare, bensì delle altre competenze nel governo dell’intero sistema dell’unità scolastica, e soprattutto nella valorizzazione di quelle degli insegnanti nel costruire e nel governare il progetto/processo di insegnamento-apprendimento.
È tutto sommato questa la direzione a cui guardano i paesi OCSE più evoluti dove la richiesta di accountability, non solo nella scuola ma in tutta la pubblica amministrazione, viene connessa con quella di una governance inclusiva e partecipativa, che consiste nel rendere accessibile e cooperativo il processo decisionale.

La scuola pubblica, laboratorio di inclusione
Ma tra le conquiste della scuola c’è anche quanto ha fatto e continua a fare a livello di educazione interculturale, di integrazione degli alunni stranieri e dei diversamente abili. Non mancano certo le difficoltà, ma tutti dovrebbero essere concordi nel sostenere che questa è la direzione giusta perché il livello di conoscenza reciproca e coesione che si costruisce nel tempo della scuola non ha pari in nessun altro luogo e momento della vita.
Eppure si è deciso di favorire chi sceglie di mandare i propri figli in scuole private. Fra esse non mancano realtà importanti che giustificano appieno la tutela costituzionale della loro esistenza, ma è sufficiente un banalissimo confronto tra il livello di pluralismo culturale presente fra gli iscritti delle scuole private con quello delle scuole pubbliche e sulla presenza di stranieri e diversamente abili, per capire che è difficile far passare quei contesti come laboratori dell’inclusione. Allora, come si può ammettere che i genitori che aderiscono al progetto pubblico di scuola inclusiva paghino contributi volontari (obbligatori) i quali rappresentano frequentemente più del 50% delle entrate della scuola, e poi si detassino i genitori che scelgono le scuole private, certamente “scuole libere” ma anche scuole che liberano dal contatto con la diversità?
Ma ciò che più preoccupa è l’effetto che questa incoerenza politica produce su quegli insegnanti che da sempre hanno rappresentato la componente riflessiva delle scuole, capace di guidare i cambiamenti amplificandone gli aspetti positivi e minimizzando i danni delle le scelte sbagliate. Oggi si percepisce una spaccatura nel loro agire, come l’apertura di un solco profondo che interrompe ogni scambio tra la scuola vera, che essi vivono quotidianamente, e quell’idea di scuola più generale che si sente “desiderabile” per tutti.
Se gli insegnanti più appassionati rinunciano ad alzare lo sguardo per guardare oltre la cattedra e i banchi dei propri alunni perdiamo la risorsa più preziosa della scuola. L’aula allora diventa il confine di senso del proprio lavoro, l’unico luogo dove ci si sente capaci di incidere, in cui la scuola “pensabile” può ancora diventare “possibile”. Oltre quelle pareti cresce un disinteresse per le scelte più generali che spinge al massimo a farsi un’opinione, ma accompagnata dalla rinuncia a farla contare.
Stiamo spingendo chi ama davvero la scuola ad amare sempre più solo la propria – le sue classi, i suoi alunni.
La scelta di chiudere la porta dell’aula per restare all’interno del rassicurante microcosmo che si è costruito viene vissuta come l’unica via di fuga possibile dalle costanti delusioni, ma sempre di una fuga si tratta, oltre che di una sconfitta per tutta la scuola. Se non si ferma questa deriva anche gli insegnanti che sentono la scuola come una seconda pelle cominceranno a contare gli anni che mancano alla pensione. Invece il loro entusiasmo e la capacità di lavorare nel pensando in grande è la principale risorsa per la buona scuola.
Che c’è già, e chiede solo di essere accompagnata.

Beppe Bagni – è candidato per il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione per la componte secondaria di secondo grado nella lista Flc Cgil

Beppe Bagni

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