La sindrome di Ehrenfest e il profilo dell’insegnantericercatore. Parte seconda.

in Professione docente

di Arturo Marcello Allega | del 08/05/2017 |commenta

La sindrome di Ehrenfest e il profilo dell’insegnantericercatore. Parte seconda.
Aspettative, sogni e frustrazioni.

PARTE PRIMA

In un libro sull’analfabetismo (“L’analfabetismo: il punto di non ritorno”), l’autore introdusse il “fattore del Pierrot” che misurava la tensione essenziale tra l’analfabetismo diffuso o l’ignoranza imperante e il tentativo disperato dell’insegnante o dell’educatore di limitare i danni attraverso il suo operato (da qui la lacrima sul viso del Pierrot). Un disagio estremamente sproporzionato determinato dal fatto che la popolazione ‘istruita’ (con un titolo superiore al diploma di scuola media) diminuisce rispetto alla popolazione ‘non istruita’ che invece cresce in modo esponenziale. L’insegnante rappresenta quell’impotente tentativo di pochi (al limite di un lavoro sovrumano) nel cercare di sanare una patologia diffusissima tra i molti. Ora, in queste condizioni estreme, l’insegnante ed educatore, ogni giorno inventa la sua azione didattica e culturale. Ciò è naturale, fisiologico e diremmo obbligato che accada, senza se e senza ma, ed è esattamente quello che tutte le scuole ed il loro personale docente fanno quotidianamente. La ragione è nella natura di una classe qualunque di studenti. Non esiste una classe, come dire, ‘ben fatta’ e tarata su uno standard definito. Ogni classe è diversa dall’altra. Ogni studente è diverso dall’altro: con le sue fragilità, le sue stravaganze, le sue genialità, le sue specificità, le sue aspettative, le sue criticità, le sue forze e le sue debolezze, le sue arroganze e le sue violenze. Pertanto, inevitabilmente, ogni insegnante deve fare i conti con questa complessa realtà e adattarsi all’ambiente che trova (fatta di reti relazionali super-sensibili) per poi interagire con ogni realtà singola (quella dello studente) e ‘singolarmente diversa’. L’insegnante deve stabilire una relazione diversa con ogni studente e deve calibrare il suo intervento educativo e didattico sulle capacità e abilità di ogni singolo studente. Un lavoro decisamente complesso che si fa, da sempre, quotidianamente. E, quando cade nella disperazione, il docente ricorre ai suoi colleghi, in prima battuta, coinvolgendo il Consiglio di Classe, innescando un diverso processo di lavoro e di attenzione collettiva, magistralmente gestito per sanare il conflitto o il disagio. In seconda battuta, quando la complessità è al limite della sanzione irreversibile, prima ancora di agire con atti definitivi, si ricorre al genitore o ai genitori, avviando così un ulteriore processo di crescita che comunque implica inventare soluzioni, caso per caso, sempre più specifiche ma anche sempre più complicate per la ricaduta relazionale ed educativa che l’azione ha sulle relazioni singole e di gruppo. Un lavoro delicatissimo, ma nella scuola quotidiano!

E poi, il problema dei contenuti disciplinari (isolando per ora al margine quello ultra trattato delle metodologie di studio e di lavoro). I vecchi programmi sono in vigore per gli Esami di Stato ma superati dalle Indicazioni nazionali che restano comunque “Indicazioni”. Nessuna proposta culturale è stata presentata (sappiamo che ci sta lavorando il Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica) e resta un terribile vuoto istituzionale e, soprattutto, culturale. Chi, se non il docente, rappresenta la figura chiave per capire come dovrà evolversi la situazione? In questo articolo si propone un nuovo profilo, quello del docente ricercatore, che è legato alla constatazione che ogni forma di innovazione culturale non può prescindere da una rivisitazione dei contenuti disciplinari di tutti i livelli dell’istruzione. L’attuale collasso dell’innovazione nella “scuola ad una dimensione dell’innovazione metodologica” è all’origine della frammentazione culturale e, conseguentemente, gestionale dell’alfabetizzazione di base. La deriva che poi interessa l’isolamento della cultura scientifica è sempre più sponsorizzata dalle mode passeggiere strumentalizzate dalle radici gentiliane e crociane della nostra storia nazionale (non ultima la polemica sull’illeteracy della “lettera dei 600”) o dalle mode estemporanee come quella del filosofo americano Martha C. Nussbaum “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”. Il fallimento delle Indicazioni nazionali e la diffusione sempre più massiccia dei contenuti digitali impone una profonda riorganizzazione del lavoro su un orario flessibile di tipo molto diverso dell’attuale e questa riorganizzazione comporterà un profondo ripensamento di quelli che saranno i contenuti essenziali dei nuclei fondanti. Urge quindi l’istituzione di una figura carismatica che nell’istituzione scolastica si faccia carico di un processo di ricerca a fondamento di questa profonda e radicale rivisitazione e che sia opportunamente formata a tale scopo, che sia il collante tra tutte le forme culturali necessarie all’apprendimento.

In altri termini, l’insegnante è per definizione un ricercatore…della didattica, degli apprendimenti e della relazione, insomma, in generale, nell’accezione estesa anglosassone,dell’education: tutti ambiti complessi e alla radice dello sviluppo civile di una società qualunque.

Purtroppo, quest’anima dell’insegnante, del ricercatore, oggi, non è compresa e considerata dalla comunità dell’education e, meno che mai, dalla società civile, dalla ricerca ufficiale sia dell’università sia degli enti di ricerca, dal ministero dell’istruzione o da qualunque rappresentanza culturale. Si preferisce, invece, trasformare la “natura” dell’insegnamento e del “magister” in quella del tutor, del coach, del facilitatore. Ma anche in questo ruolo, più che mai, l’insegnante è un ricercatore perché il ventaglio delle sue azioni non si riduce ma si amplia all’infinito. Ecco perché la sindrome di Ehrenfest dell’insegnante. Anche lui vive nell’isolamento da chi non capisce e non gli riconosce l’essenzialità del ruolo.

A questo punto ci si chiede quale possibile profilo possa rappresentare e trasmettere alle diverse comunità coinvolte (e la più estesa di tutte è l’intera società civile), in modo approssimativamente fedele, la natura complessa e dirompente dell’insegnante ricercatore. Allo stesso tempo, questo profilo, potrebbe essere sostenuto da una formazione specifica progettata per rinvigorirne il ruolo e prepararlo alle difficoltà presenti e future sia di ordine metodologico sia in ordine ai problemi di contenuto disciplinari e più in generale culturali.

Il profilo al quale pensiamo - “Cultural Content Designer” o “Knowledge designer” o semplicemente “ricercatore” - potrebbe essere caratterizzato dalle seguenti competenze primarie, con tutte le implicazioni e correlazioni che comportano ognuna di esse:

• Essere in grado di analizzare il problem posing (distinguere tra i problemi “ben posti” da quelli “mal posti” e saper contestualizzare gli uni e gli altri);

• Essere in grado di modellizzare il problem posing prima ancora di lavorare sul problem solving;

• Indagare sulle diverse alternative del problem solving (e valutare la loro efficacia dalla comparazione delle diverse alternative);

• Valutare la metodologia più efficace per il problem solving dal punto di vista esclusivamente tecnico;

• Contestualizzare le soluzioni e valutarne l’efficacia contestuale (da un punto di vista principalmente storico);

• Attualizzare le soluzioni e valutarne l’efficacia contestuale (da un punto di vista principalmente contemporaneo).

Queste competenze (e molte altre legate ai problemi esposti sopra che per ragioni di spazio non elenchiamo) sussumono i processi di astrazione comuni e trasversali al sistema unificato della cultura scientifica ed umanistica.

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