Pensare, ragionare, ascoltare, parlare, leggere, capire e scrivere usando la lingua giusta: la lezione di Tullio De Mauro (prima parte)

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di Vittoria Gallina | del 06/03/2017 |commenta

Pensare, ragionare, ascoltare, parlare, leggere, capire e scrivere usando la lingua giusta: la lezione di Tullio De Mauro (prima parte)
Ieri ricorrevano due mesi dalla scomparsa di Tullio De Mauro, Education2.0 lo ricorda con le parole di Vittoria Gallina

Le riflessioni e le esperienze che abbiamo promosso e ospitato negli anni su Education2.0 devono molto agli insegnamenti di Tullio De Mauro. Come ricordarlo esprimendogli infinita riconoscenza? Rileggiamo insieme un testo esemplare, l’intervento nell’incontro “Il linguaggio della costituzione”, promosso dal Senato il 16 giugno 2008 per celebrare i 60 anni di entrata in vigore della costituzione. I partecipanti erano, oltre a De Mauro, Andreotti, Ainis, e Colombo, moderatore il giornalista Messina. Sollecitato dalla domanda posta dal moderatore, queste le parole di Tullio De Mauro, parole attualissime piene di intelligente e colta saggezza, un salutare antidoto per chi voglia riprendersi dalle sguaiataggini ascoltate negli ultimi mesi.

“Come sono stati capaci [i costituenti] di scrivere un testo così chiaro in un contesto così tumultuoso, da un punto di vista delle passioni politiche, che era quello dell’immediato dopoguerra, ma come è possibile che gli articoli della Costituzione italiana, che già nell’Italia del ‘48 erano comprensibili dalla stragrande maggioranza dei cittadini, oggi, a distanza di sessant’anni, siano così poco conosciuti dai cittadini italiani con qualunque titolo di studio?” domanda il moderatore. Questa la risposta di De Mauro.

Buona sera a tutti e grazie dell’invito. Grazie anche della domanda, una di quelle complicate se si vuole cercare di rispondere.

Quando la Costituzione è stata scritta, tra il 1946 e la fine del 1947, le capacità di comprensione del testo costituzionale della popolazione italiana erano, detto alla buona, pessime, perché l’Italia prefascista e l’Italia fascista avevano lasciato in eredità alla Repubblica una massa sterminata di persone senza istruzione scolastica, che non avevano completato la scuola elementare, e, dentro questi, di analfabeti. I numeri, siccome purtroppo in genere sono antipatici (intanto sono numeri), e poi macchiano la nostra coscienza nazionale, non si ricordano. Fatemi dire solo che il 59,2, quindi quasi il 60 per cento degli adulti di oltre quattordici anni era, appunto, senza licenza elementare, e molto più della metà di questi si dichiararono spontaneamente, al censimento dell’ISTAT del 1951, analfabeti, dunque tagliati fuori non dall’uso della parola, ma certo dall’uso della scrittura e della lettura.

Qualche anno dopo, da stime e sondaggi, sappiamo che soltanto meno del 20 per cento della popolazione italiana, concentrato soprattutto in Toscana e nelle due maggiori città del Paese, parlava abitualmente italiano. C’era poi un’altra fetta consistente del 18 per cento che parlava sia italiano sia dialetto, ma più del 60 per cento della popolazione italiana parlava solo dialetto. Ricordo questi numeri perché sono anche il punto di partenza se vogliamo capire che cosa avete fatto, o meglio, che cosa abbiamo tutti fatto e non fatto in questi anni; sono il punto di partenza di un lungo cammino. Ma se ci fermiamo all’altezza del 1947, questa era la situazione. Anche se i numeri sono diventati noti solo qualche anno dopo, questo probabilmente spiega come mai persone che erano profondamente radicate nella vita sociale del Paese, come i 556 Costituenti, abbiano sentito (questa era la prima fonte del loro agire linguistico) che questa era la situazione e che in questo Paese e per questo Paese bisognava cercare di parlare.

Tanto più che, credo (ma in parte è storia, in parte i due grandi testimoni che abbiamo qui potranno dire se è completamente fuori centro quel che mi avvio ad affermare), i Costituenti avevano in mente, come tutti allora avevano in mente, e come ancora oggi continuiamo ad avere in mente, la incisività delle formule con cui Benito Mussolini, grande giornalista, socialista, agitatore, conoscitore di folle, riusciva a rivolgersi alla popolazione italiana, trascinandola sulle vie che a me continuano ad apparire le più folli, comunque con una capacità di comunicazione e persuasione enorme legata non tanto alle cose che proponeva, ma al modo in cui riusciva a proporle.

Credo che anche questo abbia pesato: la volontà di parlare di cose più complicate (non lo spezzare le reni al Negus un anno, e quattro anni dopo spezzare le reni all’Albania), come i principi fondamentali a cui una società quale quella che avevano in mente i Costituenti doveva ispirarsi, e di cose ancora più complicate come l’architettura dello Stato conforme a questi principi. Cose difficili da dire con quelle formule ad effetto con cui Mussolini si era rivolto al popolo. E tuttavia, lo sforzo andava fatto nella direzione di trasmettere questi contenuti complessi con un linguaggio di larga accessibilità, tenuto conto delle reali condizioni (anche se i numeri li sappiamo noi, e loro non li sapevano) di difficoltà di comunicazione e di ricezione in cui si trovava buona parte della popolazione.

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